Se desiderate commentare
e dare il vostro parere in merito agli articoli
da noi pubblicati, fatelo pure scrivendo a: info@ibambinidelcuore.it.
12.03.2012 -
FIGLI IN ATTESA: CERCHIAMO
UN NUOVO PAPA' ED UNA NUOVA MAMMA
Sono
finiti i tempi in cui doveva fare da madre
alla sorellina. Erano tempi in cui
non poteva fare finta di niente, quando il
papà e la mamma discutevano ad alta
voce. Ora possono essere allegre, sfogare
tutto il loro carattere sincero e brillante!
Nei brutti tempi, invece, la mamma era distratta,
assente. Con il passare del tempo lei e la
sorellina erano diventate qualcosa che non
voleva più indossare. Si era dimenticata
di loro, come si dimentica l’abito
della gioventù.
Il papà non era buono. Voleva fare
cose cattive al loro corpo. Di lui resta
il ricordo di un’ombra contro la porta,
pronta a fare minacce, ad alzare la voce,
a maltrattarle. Ma per fortuna tutto questo è passato.
Oggi
dedichiamo l’appello a due sorelline:
le chiameremo Ana e Lùcia, con due
nomi di fantasia. La loro età è di
13 e 5 anni, vengono dal Sudamerica. Sono
le ultime arrivate degli 83 Figli in Attesa
di Ai.Bi. Sono adottabili. Si trovano nel
sistema di protezione per l’infanzia
sudamericano, affinché stiano lontane
dalle cattive abitudini della famiglia d’origine.
Sono molto unite, adesso più allora!
La maggiore, Ana, è un prodigio d’intelligenza:
le piace partecipare alle attività dell’Istituto, è gentile,
rispettosa, molto affettuosa e si prende
cura dei bambini più piccoli. Alla
sorella più piccola, Lùcia,
piace esplorare e conoscere, è curiosa, è abilissima
nel ballo, le piace giocare con Ana.
Stanno
aspettando una coppia pronta ad adottare
che voglia portarle a casa con loro. Chi
si vuole innamorare di una figlia intelligentissima
e di una bravissima ballerina? Se avete sentito
scattare la magia nel cuore, non esitate
e scrivete subito ad ai@aibi.it o telefonate
allo 02/988221!
05.03.2012 -
MILIOTTI: PER L'ITALIA I MINORI ABBANDONATI
NON ESISTONO
In occasione dell’annuncio della class
action contro il Ministero della Giustizia, la
scrittrice Anna Genni Miliotti ha inviato un
messaggio di solidarietà ad Ai.Bi. Il
Ministero, lo ricordiamo, da 10 anni è inadempiente
nei confronti della legge: non ha ancora creato
la Banca dati dei minori adottabili e delle coppie
disponibili all’adozione. Ai.Bi. ha pertanto
fatto causa al Ministero: il Tribunale Amministrativo
Regionale del Lazio ha fissato l’udienza
il 4 luglio 2012 e tutti i soggetti che si
sentono danneggiati dalle mancanze del Ministero
possono
aderire, nella forma della class action.
Intervistiamo
Anna.
-Presentiamoci ai lettori. Chi è Anna
Genni Miliotti e su quali fronti è attiva
nel mondo dell’adozione?
Sono un’esperta di adozione, con 20 anni
di esperienza. Ho partecipato al coordinamento
presso la Presidenza della Commissione Infanzia
del Senato, nel 2001 ho redatto per il Ministero
Affari Sociali e per la CAI la prima guida nazionale
per l’adozione, che ho intitolato “Per
una famiglia adottiva”. Fino al 2004 ho
continuato la collaborazione con il Centro Nazionale
di Documentazione per l’Infanzia e Adolescenza.
Ho fatto progetti anche con il MIUR, ho collaborato
(e collaboro) con tanti enti autorizzati e associazioni
con interventi formativi. Ed ho aperto un centro
di sostegno a Firenze. Ho scritto tanti libri
(mi chiamano “la più prolifica scrittrice
sul tema dell’adozione”), e ne vado
fiera, così come vado fiera dei miei due
figli adottivi. Loro sono senz’altro la
molla che mi ha spinto ad avventurarmi in questo
mondo ed in questa professione. Faccio parte
di un gruppo internazionale di esperti, e viaggio
molto per imparare e condividere esperienze.
C’è sempre qualcosa da imparare!
-Class Action contro il Ministero della Giustizia:
abbiamo ricevuto da lei un messaggio di solidarietà .
Qual è la stata la sua reazione alla notizia?
Direi che era ora di muoversi. Sono sicura che
inizieranno con addossare ad altri governi precedenti
responsabilità e ruoli; ma da qualche
parte bisogna cominciare.
-Come giudica la class action proposta da Ai.Bi.?
Mi è piaciuta l’originalità dell’azione,
ma anche la sua forza comunicativa: siamo tutti “utenti” della
giustizia, ed è giusto far valere le nostre
ragioni. Soprattutto quando ci sono in campo
i diritti dei minori.
La banca dati, stabilita (ma non realizzata
ancora completamente) dalla legge, è uno
strumento fondamentale di controllo sull’attività di
enti locali (parlo di servizi sociali), tribunale
per i minori, e presidi socio-sanitari. Ci fa
sapere quanti minori sono istituzionalizzati,
dove sono, e le loro caratteristiche (stato di
adottabilità ed altro). Al solito le inadempienze
sono nelle regioni meno affidabili in campo di
tutela dell’infanzia e della salute; è evidente
che i minori non registrati nella banca dati “non
esistono”, e non solo non possono andare
in adozione, ma nemmeno in affido.
Per le coppie, l’intento del legislatore
era di poter velocizzare le pratiche di adozione
nazionale, evitando attese troppo lunghe per
i minori adottabili.
- Un’aspirante mamma adottiva, che desidera
fare un’adozione nazionale, addirittura
ci ha inviato una proposta: inserire gratuitamente
una banca dati nel database del Ministero. Che
ne pensa?
I Ministeri non possono funzionare se prima non
funzionano i Tribunali per i Minori, le Regioni
e così via. I dati al Ministero arrivano
da lì.
- In Italia non si conosce il numero esatto
dei minori fuori famiglia (le stime parlano di
35mila minori), dal 2006 le coppie fanno sempre
meno richiesta di adozione (calo del 49%), la
cultura dominante non facilita l’adozione,
i costi sono alti, la burocrazia risulta lunga
e non sottoposta a scadenze perentorie. Come
agire per migliorare uno scenario simile?
In Europa, e non solo, i procedimenti per l’adozione
sono più snelli che da noi. La modifica
alla legge dell’adozione ha introdotto
ancora un elemento di ulteriore lungaggine: l’intervento
del giudice minorile, che controlla la pratica,
incontra le coppie ed emette sentenza. Negli
altri paesi, l’idoneità all’adozione è un
procedimento di tipo amministrativo, con il concorso
di assistenti sociali e psicologi, ma non di
giudici. Perché addossare ai nostri poveri
giudici minorili (che hanno ben altro da fare)
anche questo compito? Mi chiedo poi se sia necessario
un altro controllo sul lavoro degli operatori
sociali. Quando mi reco all’estero ho sempre
estrema difficoltà a spiegare il nostro
sistema, fatto di controlli e controllori invece
che di accompagnamento e sostegno alla genitorialità adottiva.
- Ai.Bi. dichiara che è tempo per una
riforma legislativa dell’adozione, per
abbattere costi e lungaggini dell’iter.
Qual è la sua posizione in merito?
Snellire il procedimento per l’idoneità,
eliminare l’intervento del giudice (così com’è non
serve a niente), e aumentare la deducibilità dei
costi per l’adozione internazionale al
100% delle spese. E nel contempo pretendere maggiore
trasparenza nei costi degli enti. Ma anche rimanere “vigili” perché quanto
previsto dall’attuale quadro legislativo
venga davvero messo in atto!
21.02.2012
- PROROGATO IL FONDO DI CREDITO PER I NUOVI
NATI E FIGLI ADOTTATI
Con la legge
di stabilità 2012 è stato
prorogato per tre anni, 2012, 2013 e 2014,
il Fondo di credito per i nuovi nati, utilizzabile
per il rilascio di garanzie – anche
fideiussorie – alle banche e alle finanziarie
per la realizzazione di iniziative volte
a favorire l’accesso al credito da
parte di famiglie con un figlio nato o adottato
nel triennio di riferimento.
I dettagli di questo
bonus sono stati fissati dal decreto attuativo
del 10/9/2009, al quale è seguita
la firma di un protocollo tra Ministero e
ABI. I finanziamenti interessati sono quelli
a tasso fisso, di durata fino a 5 anni di
ammontare non superiore a 5000 euro. Le garanzie “di
Stato” potranno arrivare al 50% della
quota capitale del finanziamento e sono incondizionate
e irrevocabili. Se il richiedente ha un ISEE
inferiore a 15.000 euro la garanzia potrà salire
fino al 75% del prestito. La garanzia interviene
in caso di mancato pagamento delle rate.
In prima fase la banca/finanziaria si rivolgerà direttamente
al debitore (beneficiario del finanziamento)
con un invio di sollecito. Se a questo non
seguirà pagamento entro 60gg, la banca/finanziaria
potrà chiedere l’intervento
al fondo. Per la parte non coperta dal fondo
(interessi, spese, etc) la banca/finanziaria
dovrà, se vorrà, agire direttamente
verso il debitore.
Chi può usufruirne? Possono accedere
ai finanziamenti agevolati le famiglie con
bambini nati o adottati nel triennio 2009/2011. È ammesso
un finanziamento per ogni figlio.
Come usufruirne? Ci si deve rivolgere a
una delle banche o finanziarie convenzionate,
compilando presso di loro un modulo di richiesta
(con autocertificazione dei requisiti richiesti).
Il finanziamento viene concesso previa verifica
della disponibilità del fondo e previo
ricevimento, da parte della banca, di un’autorizzazione
di accesso. La domanda va presentata entro
il 30/6 dell’anno successivo a quello
di nascita o di adozione del figlio. Per
le adozioni nazionali si fa riferimento alla
sentenza di affidamento pre-adottivo o a
quella di adozione definitiva. Per quelle
internazionali ci si riferisce al provvedimento
di autorizzazione all’ingresso e alla
residenza permanente rilasciato dalla CAI,
Commissione per le Adozioni Internazionali.
È bene sapere che la banca, relativamente
a questo prestito agevolato come a qualsiasi
altro, non è obbligata a accettare
la domanda e a concedere il finanziamento.
Considerata comunque l’adesione volontaria
alla convenzione e la presenza di una garanzia “di
Stato”, è prevedibile che le
banche siano maggiormente disponibili. Tutte
le informazioni si trovano sul sitowww.fondonuovinati.it.
Riferimenti normativi: – Decreto anticrisi
(D.l.185/08), convertito nella legge 2/09,
art.4 e DPCM 10/9/2009 (G.U. del 27/10/2009) – istituzione
del fondo per il triennio 2009, 2010 e 2011. – Legge
183/2011 “legge di stabilita’ 2012?,
art. 12 – proroga del fondo per il
triennio 2012, 2013 e 2014.
13.02.2012 -
FAR CRESCERE I BAMBINI NEL LORO PAESE, ECCO
LA VERA CARITA'
Pubblichiamo un editoriale
scritto da Don Mazzi sul caso di Habtamu
- il 13enne di
origine etiope -, uscito su Gente del 16
gennaio. In riferimento al grande beneficio
portato in Italia per trent’anni dall’adozione
internazionale, Don Mazzi – secondo
una prospettiva di carità – suggerisce
che, in certi casi, l’adozione non è affatto
la soluzione migliore: certi ragazzi bisogna
farli crescere nei loro Paesi d’origine.
Proponiamo l’articolo.
Don Mazzi scrive: “Per chi conosce
le storie dei figli adottati, non può non
aver seguito con interesse e trepidazione
la corsa nostalgica e impossibile del tredicenne
Habtamu, divorato dalla voglia di tornare
alle radici della sua esistenza. Novara-Etiopia
non è una passeggiata e l’avventura è finita
a Napoli con un cappuccino.
Abbiamo per troppo
tempo sottovalutato lo scatenamento delle
forze adolescenziali,
talmente violento da distruggere l’intero
impianto educativo, pazientemente costruito
dai genitori nel periodo infantile e più la
coppia sarà forte e positiva e prima
lo scatenamento arriverà potente e
improvviso.
L’enorme e velocissimo sviluppo psicofisico
detta le sue leggi e i suoi disastri. In
poche settimane riemergono bisogni, esigenze,
domande, impulsi, curiosità prepotenti
e incontrollabili.
Se poi i figli non sono naturali ma adottivi,
il quoziente di rischio e di profondo disagio
salirà al quadrato (come si dice in
algebra). Siamo partiti una trentina di anni
fa, con la voglia di adottare i bambini dimenticati
negli svariati istituti. Ci siamo, poi, allargati
alle creature del terzo mondo e sono nate
decine di associazioni. La causa di tale
ventata benefica è stata la coscienza
cattolica e la proverbiale affettività italiana.
Siamo arrivati a pensare che l’adozione
fosse il migliore investimento per quei paesi
e per noi, fosse addirittura un dovere.
Nel
frattempo le profonde mutazioni di costume
hanno bruciato i tempi canonici dell’infanzia
e della preadolescenza, travolgendo costumi,
abitudini e tradizioni.
I genitori anticipati dai dodicenni-uragano,
si trovano oggi totalmente spiazzati.
Una lettura più attenta e meno emotiva
dovrebbe obbligarli a pensare che non sia
sufficiente dare ai figli naturali e no,
una casa, una formazione scolastica, un’educazione
di base. Fino ad una decina di anni fa, tutto
ciò si chiamava; “fare bene
il mestiere dei genitori”. Dobbiamo
ricordare che i figli di domani saranno più figli
del mondo che, figli del nostro paese. Le
abitazioni raffinate, comode, borghesi, per
le quali le nostre donne perdono tempi infiniti
e i nostri uomini investono fior di stipendi,
fanno parte di uno schema famigliare vecchio
stile.
Solo la forza di carattere, le relazioni
profonde, liberatorie e meno vincolanti,
l’adeguata attenzione alla seconda
nascita, la svestizione della marmellata
buonista che caramella l’intero fenomeno
educativo, permetterebbe di scoperchiare
i giacimenti di felicità e la profonda
richiesta di autonomia che implode con l’adolescenza,
ma che noi anziché pilotarne l’esplosione,
l’abbiamo ulteriormente fatta arrugginire,
moltiplicando regolette, moine, falsi valori,
e gesti ripetitivi inutili.
È
normale che i nuovi giovani, non solo quelli
adottati cerchino le loro origini, nei modi
più personali, più avventurosi
e impensati. Fatti come quelli di Novara
saranno all’ordine del giorno e ci
obbligheranno per un verso a sdrammatizzare
e per un altro ad attrezzarci.
Resto comunque
del mio parere senza svalutare lo straordinario
fenomeno dell’adozione,
dichiarando che la gente e soprattutto i
bambini devono nascere, vivere e crescere
nei loro paesi. La politica vera e l’educazione
vera sarebbe quella di maturare quei paesi,
di aiutarli a crescere ma soprattutto convincere
le grandi organizzazioni mondiali che l’obiettivo
non è deportare, o assistere i paesi
poveri lasciandoli sempre poveri. Il diritto
alla vita ha orizzonti, spazi, e sogni che
vanno ben oltre ai container e alle giornate
mondiali della FAO”.
12.02.2012
- RAGAZZI ADOTTATI E GENITORI: TORNARE INSIEME
ALLE "ORIGINI" In un libro di favole, raccontate da giovani
adulti adottivi, un percorso che per ognuno
prende stade diverse.
Di libri sulle adozioni
(e soprattutto sulle relative difficoltà)
ne sono stati scritti un numero incalcolabile.
In
seconda e prima persona: da specialisti in
materia (psicologi, sociologi, giudici…)
e genitori adottivi, più raramente
da ragazzi adottati e già questo sarebbe
un motivo per leggere “I ventidue canti
di Doyel” ( pubblicato da Dalla Costa,
136 pagine, 10 euro) scritto da Shanti Ghelardoni.
Nel
libro, con l’artificio delle “favole” narrate
da una millenaria ma sempre giovane cantastorie
(Doyel, appunto) Shanti , arrivata dall’India
in Italia più di trenta’anni
fa, racconta le storie vere di un gruppo
di ragazzi, anzi di giovani adulti adottivi.
Tutti appartengono alla prima ondata di bambini
arrivati in Italia in adozione e in tutti
questi anni hanno avuto modo di confrontarsi
con una società che è cambiata
(anche se non tanto come si piacerebbe credere,
e non sempre in meglio, come dimostrano i
loro racconti.).
Al centro del libro: la ricerca
delle origini, comunque la si voglia intendere
(del proprio
Paese, dei propri genitori, fratelli, parenti,
istituti, ma anche di colori, suoni, sapori),
una ricerca che non è mai semplice
e per ognuno ha significati diversi. Al punto
che per qualcuno di significato non ne ha
proprio. Dalle voci di questi giovani adulti
emerge un continuo reinterrogarsi e interrogare
e parlano, in alcuni casi, anche i loro genitori,
a loro volta alle prese con questo ritorno
alle origini dei figli.
Un libro semplice,
né colorato in
rosa, né colorato in nero, che non
mitizza l’adozione ma la presenta nella
sua concretezza e può dire molto a
chi è genitore adottivo, ai ragazzi
adottati: E anche a chi non all’adozione
non ha mai dedicato neanche un pensiero.
Credete
sia giusto farlo leggere a un ragazzino o
una ragazzina?
Credete che possa essere un
sostegno? Oppure potrebbe aprire problemi (ancora
non esplosi)
in chi non si è ancora posto il problema
delle proprie origini?
09.02.2012 -
ADOZIONI INTERNAZIONALI: COSTI E NUMERI
I dati più recenti mostrano
un calo delle adozioni internazionali.
Una ricerca della Bocconi rivela,
invece, i costi altissimi per le famiglie. Cala il numero di adozioni internazionali:
meno 2,6% secondo la Cai Diminuiscono
del 2,6%, rispetto al 2010, i bambini stranieri
adottati in Italia. Nel
2011, secondo i dati provvisori del Rapporto
annuale sulle adozioni dall'estero nel nostro
Paese, elaborato dalla Commissione per le
adozioni internazionali (Cai), sono stati
adottati 4.022 piccoli stranieri. Erano 4.130
l’anno precedente. Il Rapporto mostra
anche i Paesi di provenienza dei bambini
dove troviamo al primo posto la Federazione
Russa, con 781 minori; seguono la Colombia
(554), Brasile (304), Ucraina (297) ed Etiopia
(296).
Le coppie adottive sono 3.154 e la
Lombardia si conferma la regione in cui risiede
il
maggior numero (559 coppie, il 17, 7% del
totale). Dai dati si rileva, inoltre, l'incremento
delle adozioni in alcune regioni del Sud.
Secondo
il Cai la lieve flessione «è dovuta
principalmente al forte rallentamento delle
attività in alcuni Paesi, quali il
Vietnam e la Cambogia, conseguente alle recenti
riforme legislative nella materia della protezione
dell'infanzia e delle adozioni, nazionali
e internazionali».
Infine il Rapporto
sottolinea che è anche
calato il numero delle adozioni in Ucraina,
Paese che non ha ancora ratificato la Convenzione
de L'Aja e che modifica continuamente le
condizioni per l'espletamento delle procedure
e per l'adottabilità dei minori. Si
sta consolidando invece l'attività in
Cina, Paese con il quale la collaborazione è stata
avviata nel 2007.
di Orsola Vetri
Quanto costa adottare un bambino Una
ricerca realizzata dal Cergas (Centro di
Ricerche sulla Gestione dell'assistenza
Sanitaria Sociale) della Bocconi in collaborazione
con il Coordinamento degli enti autorizzati
(Cea), il coordinamento Oltre Associazione
e alcuni altri enti tra cui l’ente
Arai della Regione Piemonte ha analizzato
i costi italiani delle adozioni internazionali,
facendo emergere un quadro poco roseo per
tasche di famiglie ed enti.
Attilio Gugiatti,
ricercatore del Cergas e coordinatore della
ricerca, spiega «Attualmente
i costi per la parte Italia richiesti alle
famiglie sono quelli fissati nel 2003, salvo
adeguamenti comunicati alla Cai (Commissione
adozioni internazionali) sulla base di una
scheda inviata annualmente dagli enti» e
aggiunge «Lo studio ha evidenziato
che oggi tali costi per le famiglie non sono
più sufficienti per coprire le spese
sostenute dagli enti per realizzare un percorso
adottivo che sia in linea con gli standard
qualitativi richiesti dalla Commissione».
Ma
di che cifre si parla? La spesa che le famiglie
adottive devono sostenere per i
servizi resi dagli enti per il percorso pre
e post adozione supera i 4 mila euro. I costi
a carico degli stessi enti sono stati quantificati
in 7.500 euro (dato medio calcolato secondo
un modello di costo definito dallo studio).
Per rientrare delle maggiori spese sostenute
questi «devono fare sempre più ricorso
al volontariato, utilizzando personale meno
qualificato, specializzarsi su pochi paesi,
trovare finanziamenti attraverso attività di
cooperazione internazionale e grazie alle
donazioni», spiega il coordinatore
della ricerca.
Soluzioni che si scontrano con
l’attuale
contesto delle adozioni internazionali, in
cui l’elevata percentuale di bambini
adottati (40 ogni 100) presenta situazioni
e necessità particolari che richiedono
un’alta specializzazione del personale
impiegato dagli enti. Per le famiglie la
situazione non è meno problematica:
se i soli costi italiani ammontano a più di
4 mila euro, «il percorso completo
può superare facilmente i 20 mila
euro» aggiunge Gugiatti. Cifre che
rischiano di essere proibitive per molte
famiglie, soprattutto in un momento di crisi
economica come quella che stiamo vivendo.
Dalla
ricerca emerge quindi una duplice necessità. Da un lato si dovrebbe
rivedere il tariffario stabilito nel 2003
in modo da permettere agli enti di investire
maggiormente nella formazione interna e di
impiegare personale altamente specializzato.
Dall’altro lo stesso direttore del
Cergas Bocconi suggerisce ad enti e Cai di «attivarsi
presso il sistema creditizio per aumentare
il numero delle iniziative di concessione
di linee di credito specifiche per le famiglie
adottive».
La ricerca fornisce anche alcune
indicazioni di policy nazionale, tra cui la
riduzione
del numero e della frammentazione degli enti
autorizzati operanti e la creazione di un
organismo pubblico che operi su tutto il
territorio nazionale; mentre a livello europeo
bisognerebbe iniziare a considerare le adozioni
tra le politiche europee sviluppando la collaborazione
fra gli stati membri.
di Irene Moretti
Il ruolo delle associazioni: parla
Paola Crestani del Ciai
Adozioni internazionali
dai costi in crescita. «A
fronte dei contributi che noi enti chiediamo,
c'è da parte nostra un costo più elevato
da sostenere per fornire i servizi. Il problema è duplice:
da un lato la sostenibilità nostra
e dei nostri bilanci, dall'altro l'esigenza
di non gravare troppo sulle famiglie».
A
parlare è Paola Crestani, presidente
del CIAI (Centro italiano aiuti all'infanzia),
ente che per primo ha introdotto in Italia
l’adozione internazionale nel 1968
e che fa parte del Coordinamento Oltre l’Adozione.
Ammonta, infatti, a oltre 4 mila euro la
spesa che le famiglie adottive devono sostenere
in Italia per i servizi resi dagli enti autorizzati
che si occupano di seguire il percorso pre
e post adozione, a fronte dei circa 7.500
euro di costo medio per ogni ente (dati Cergas
Bocconi, cfr pezzo precedente).
E con un ammontare
complessivo per i genitori, comprese le spese
all'estero, che può superare
i 20 mila euro. «I costi sono quelli
fissati dalla Commissione adozioni internazionali
nel 2003, senza poi essere stati più aggiornati
e non corrispondono dunque alla realtà:
ecco il motivo della discrepanza. Si rileva
in questi anni un aumento dell'età dei
bambini in arrivo e di quelli con problemi
di salute, gli "special needs",
con una relativa crescita delle esigenze.
In Italia è poi aumentato il costo
della vita, sono aumentati anche gli impegni
e i servizi che l'ente deve erogare, come
richiesto dalle linee guida della Cai».
I
bambini che hanno bisogno di famiglia non sono
più, dunque, quelli di 20
anni fa: «Ci sono i piccoli con problemi
che non vengono adottati nei paesi d'origine
e noi abbiamo delle risorse preziose, le
famiglie disponibili a farsi carico di essi
in base alle loro capacità e al loro
amore, non al reddito». Soluzioni possibili? «In
questo momento l'unica, putroppo, è gravare
ancora di più sui genitori adottivi,
se dobbiamo mettere in conto ciò che
ricade su nostra spalle. Occorre, però,
un intervento di finanziamento da parte dello
Stato. In questo momento, tuttavia, non c'è ancora
una proposta concreta: abbiamo chiesto alla
Cai un colloquio che tra Commissione ed enti
manca da un anno e mezzo».
Come trovate
il denaro, intanto? «In
modo diverso: attraverso la quota soci o
le persone di cuore che ci sostengono: siamo
professionisti e non intendiamo per nessuna
ragione abbassare gli standard di qualità.
Come Ciai siamo inoltre dell'idea che sarebbe
auspicabile una diminuzione del numero enti,
con una razionalizzazione e una maggiore
possibilità di controllo. Oggi siamo
65, sarebbe auspicabile che si fosse tra
i 20 e 30». Intanto, in termini di
sostegno, qualcosa a livello locale si muove.
In Toscana risale a qualche giorno fa un
accordo di collaborazione e una convenzione
per supportare le coppie che decidono di
avviare l’iter di adozione nazionale
e internazionale.
L’accordo individua modalità di
intervento per assistere le coppie nelle
varie fasi dell’iter adottivo, attraverso
la creazione di una collaborazione attiva
tra i soggetti coinvolti ed è stato
firmato dai rappresentanti della regione
Toscana, dai comuni capofila dei quattro
centri adozioni toscani (Firenze, Prato,
Pisa e Siena) e dagli enti autorizzati per
l’adozione internazionale operanti
sul territorio. La convenzione, in particolare,
attiva un fondo da 300 mila euro per la copertura
degli interessi sui prestiti contratti durante
l’iter adottivo.
08.02.2012 -
RIMBORSO DELLE SPESE SOSTENUTE PER ADOZIONI
ANNI 2010 E 2011
In data 5/1/2012 è stato registrato
dalla Corte dei Conti il D.P.C.M. contenente
le modalità di presentazione delle domande
di rimborso delle spese sostenute per adozione
internazionale, con riferimento alle adozioni
internazionali di minori stranieri, il cui
ingresso e la residenza permanente in Italia
siano stati autorizzati nei periodi compresi
tra il 1° gennaio ed il 31 dicembre 2010
e tra il 1° gennaio ed il 31 dicembre 2011.
E’ stato successivamente emesso il D.P.C.M.
volto alla proroga fino al 30 aprile 2012 del
termine, originariamente fissato al 31 dicembre
2011, per la presentazione delle domande relative
alle adozioni concluse nel 2010.
E’ in corso la pubblicazione dei suddetti
decreti sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana. E’ possibile comunque scaricarli
selezionando: Decreto - Decreto
di proroga - Allegati2010
I coniugi che hanno concluso l’adozione
nell’anno 2010 possono pertanto presentare
le domande di rimborso da oggi e fino
al 30 aprile 2012, utilizzando gli appositi modelli.
I coniugi che hanno concluso l’adozione
nell’anno 2011 potranno
presentare le domande di rimborso a
partire dal 30 giugno e fino al 31 dicembre
2012, utilizzando gli
appositi modelli. Decreto -Allegati2011
Le domande di rimborso saranno istruite in
base all’ordine cronologico di presentazione.
23.01.2012 -
BOLIVIA: SOLO 9 ENTI SARANNO RIACCREDITATI
PER LE A.I.
Sul giornale GAIA Notìcias appare
la notizia che in Bolivia è stato
messo nero su bianco quali enti hanno lavorato
bene e quali hanno lavorato male. Ad averlo
fatto è Gardy Costas, la Viceministra
per le Pari Opportunità.
Così riferisce l’articolo pubblicato
il 23 gennaio. Il 31 dicembre sono spirati
i termini di accordo con i 21 enti autorizzati,
provenienti da cinque Paesi, che aiutano
i bambini boliviani a trovare una famiglia
con l’adozione internazionale. In una
prospettiva di rinnovo dell’accordo,
Gardy Costas stilato un bilancio su queste
collaborazioni bilaterali e ha segnalato
che soltanto 9 enti autorizzati hanno soddisfatto
le disposizioni dell’accordo, come
ad esempio l’invio cadenzato di rapporti
sullo stato dei minori. La Costas riferisce
di aver inviato a ciascuna Autorità centrale
competente una pagella degli enti operativi
in Bolivia.
Quel che cerca di ottenere il
Ministero è la
conoscenza puntuale delle condizioni di vita
dei minori una volta giunti all’estero.
Non tutto è alla luce del sole in
Bolivia: i dati ufficiali parlano di 16mila
minori boliviani ospiti negli istituti e
nelle case d’accoglienza, ma risulta
che ogni anno vi siano 53mila bambini che
partono irregolarmente per l’Argentina
e di essi soltanto 19mila riescono a rivedere
la Bolivia.
E'
una nuova forma di aiuto economico alle famiglie
e di supporto alla genitorialità,
a cura del Dipartimento per le politiche
della famiglia.
E' una particolare misura di sostegno al
reddito prevista dal Governo, che tiene conto
del fatto che l'arrivo in famiglia di un
figlio porta con sé nuove esigenze
e nuove spese.
Il Fondo è destinato
ai figli nati o adottati negli anni 2009,
2010 e 2011 i
cui genitori potranno, infatti, richiedere
un prestito agevolato fino a 5000 euro, da
restituire in un tempo massimo di 5 anni.
È
una disposizione inclusa nel pacchetto anti-crisi
varato lo scorso gennaio e che adesso ha
terminato il suo iter formale con la firma
del protocollo d'intesa con l'Associazione
Bancaria Italiana. Le banche che aderiscono
all'iniziativa si sono impegnate ad applicare,
ai finanziamenti garantiti dal Fondo, un
tasso annuo effettivo globale (TAEG) fisso
non superiore al 50% del tasso effettivo
globale medio (TEGM) in vigore al momento
in cui il prestito è concesso.
Per le famiglie dei bambini nati o adottati
nell'anno 2009 che siano portatori di malattie
rare è previsto, in aggiunta, un contributo
che riduce ulteriormente il tasso di interesse
(TAEG) allo 0,5%.
Il finanziamento concesso può essere
utilizzato per qualunque tipo di spesa e
richiesto da genitori senza limitazioni di
reddito. Resta comunque facoltà delle
banche l'erogazione del prestito, in quanto
la presenza della garanzia del Fondo, che
permette un tasso agevolato, non esonera
le famiglie dall'obbligo di restituzione
alle scadenze pattuite.
Per maggiori informazioni è possibile
sia consultare il sito internet dedicato
www.fondonuovinati.it,
sia rivolgersi al contact center gestito
dall'Inps, numero
verde 803.164.
19.01.2012 -
ADOZIONI E RICERCA DELLE ORIGINI: UN PASSATO
DA NON DIMENTICARE
«Organizzeremo presto un viaggio in
Africa, insieme a lui». Lui è Habtamu,
il 13enne di origine etiope scomparso lo
scorso 4 gennaio da Pettenasco, sul lago
d’Orta, in provincia di Novara, dov’era
in vacanza con la sua famiglia adottiva,
e ritrovato a Napoli lunedì 9. Loro
sono Giulia e Marco Scacchi, i genitori adottivi
che l’hanno aspettato per giorni nella
casa di Paderno Dugnano insieme a un fratellino,
anche lui adottato, con nel cuore una domanda:
che cosa sta cercando nostro figlio? Tanti
genitori con lo stesso interrogativo: sono
quasi 4000 i bambini che dagli anni Ottanta
entrano in Italia tramite le adozioni internazionali,
figli di guerre, carestie, terremoti, per
la maggior parte senza più padre né madre… Eppure
il pensiero delle origini fa sempre capolino
e i genitori adottivi non sempre capiscono
quelle nostalgie.
«Il fatto è che questi bimbi
non nascono al momento dell’incontro
con la nuova famiglia ma hanno un passato
e legami con i luoghi da cui provengono»:
così spiega Anna Genni Miliotti, esperta
di adozione, che ha scritto di recente Ci
vuole un paese. Adozione e ricerca delle
origini. Testimonianze e strumenti per u
viaggio possibile (edizioni Franco Angeli). «La
questione delle origini non viene affrontata
in modo adeguato. Da un lato i regolamenti
dei Paesi esteri non favoriscono il mantenimento
dei contatti con la famiglia d’origine
e dall’altro i genitori adottivi trascurano
questo bisogno dei figli, temendo di poter
fallire nella loro esperienza adottiva. Ma
il rischio è esattamente il contrario:
perché è proprio l’identità il
fattore attorno al quale si costruiscono,
crescono, vivono e muoiono le relazioni all’interno
della famiglia adottiva».
Insomma, è vero che l’adozione
interrompe un’infanzia di privazioni,
ma forse non tutto il passato di questi piccoli è da
buttare nel cestino. «Nell’adozione
la formula vincente è la continuità cioè la
possibilità di costruire una nuova
esistenza collegata a quella vissuta prima.
Spesso la famiglia esplode perché non
affronta questo tema e lo gestisce nel modo
sbagliato. Ma l’insoddisfazione e a
volte la rabbia di questi giovani potrebbe
anche rivolgersi contro i genitori adottivi».
Habtamu ha
comprato una cartina geografica e si è diretto verso Sud. Un po’ a
piedi, un po’ in treno, il ragazzino etiope
di tredici anni, adottato tempo fa da una famiglia
italiana, è partito dal Lago d’Orta,
in Piemonte, dove si trovava in vacanza, per
inseguire il sogno di rivedere la sua famiglia
d’origine in Africa. Ha viaggiato, da solo,
per cinque interminabili giorni, soffrendo il
freddo, la fame, la paura. Quando l’hanno
trovato alla stazione di Napoli non ce la faceva
più. Ha raccontato di aver sentito una
grande nostalgia della sua terra. Ma quando ha
riabbracciato la sua famiglia adottiva, di cui
fa parte anche il fratellino, adottato a sua
volta, ha detto di amarli tantissimo. E ora,
hanno annunciato mamma e papà, in Etiopia
ci andranno tutti insieme.
Anch’io, come Habtamu Sacchi, il ragazzino
nato in Etiopia e adottato da una famiglia italiana,
ho sognato a lungo l’Africa. Anch’io,
come lui, ho passato la maggior parte della mia
vita provando a rispondere a domande importanti:
sono un italiano nero o un africano bianco? Il
mio comportamento l’ho preso dalla mia
famiglia d’origine o da quella adottiva?
La mia casa è nel Nord o nel Sud del mondo?
Sono nato in Togo, un piccolo Stato dell’Africa
occidentale. I miei genitori di Milano, che a
quel tempo vivevano in Togo, avevano deciso di
adottarmi e portarmi con loro in Italia quando
avevo nove mesi. Sono cresciuto in una famiglia
ricca d’amore. Ma non mi bastava. Avevo
molti dubbi sulla mia identità: all’inizio
li ignoravo, pensando che con il tempo sarebbero
volati via. Poi, invece, provai a tenere tutto
dentro di me: avevo paura di non essere capito
dai miei genitori o dai miei amici. In quel periodo,
però, cominciò a crescere nel mio
cuore e nella mia testa una confusione che spesso
mi faceva arrabbiare. Con me stesso e con gli
altri. Sentivo il bisogno di tornare a vedere
il mio Paese d’origine, conoscere la gente,
gustare il cibo del posto, e provare a vivere
una vita diversa da quella a cui ero abituato
in Italia. Una vita che non avevo potuto scegliere
perché ero piccolo. A ventiquattro anni
sono tornato in Togo per capire. E ci sono rimasto.
Ora vivo in Africa da sei anni. Abito ad Accra,
in Ghana, faccio il giornalista e racconto l’Africa
per il nostro giornale, «Avvenire».
Appena posso, però, torno in Italia a
riabbracciare la mia famiglia e i miei amici.
Crescendo ci si accorge di quanto piccolo sia
il mondo. Finalmente, dopo alcune esperienze
e molti incontri interessanti, sono riuscito
a rispondere alle domande che per tanto tempo
non mi hanno permesso di vivere in modo sereno.
La mia, come quella di moltissime persone, è un’identità sia
bianca che nera, del Nord come del Sud. Entrambe
le mie famiglie, quella adottiva e quella d’origine,
mi hanno regalato qualcosa di prezioso. Leggere
libri di varie culture, visitare altri Paesi,
e conoscere gente di origini diverse, arricchisce
ancora di più la nostra identità.
L’importante è non avere paura di
comunicare con chi o cosa appare diverso. Perché conoscendo
persone diverse si scopre che c’è una
sola natura umana che accomuna tutti noi, in
qualsiasi parte del mondo viviamo.
18.01.2012 -
UCRAINA: UTERI IN AFFITTO A 30 DONNE ITALIANE
Un mercato di neonati in Ucraina è stato
svelato dall’analisi del Dna condotta dalla
Procura di Brescia che ha indagato su una coppia
del Lago d’Iseo, accusata di aver aggirato
le rigide regole imposte in Italia dalla Legge
40 del 2004 sulla fecondazione assistita.
Il fatto è accaduto
in una clinica di Kiev dove, nei primi cinque
mesi del 2011, hanno
partorito 30 donne italiane. Arrivate in Ucraina
qualche giorno prima del lieto evento, sono tornate
a casa quasi tutte con dei gemelli. Ma non tutte
le donne erano incinte, i loro bambini sono stati
partoriti da mamme in affitto.
Le indagini sono iniziate lo scorso maggio quando
l’Ambasciata Italiana in Ucraina ha contattato
l’Ufficio anagrafico del Comune di provenienza
della coppia bresciana, in quanto servivano documenti
per una mamma che aveva partorito a Kiev: i coniugi
erano arrivati in Ucraina il giorno precedente
al presunto parto della donna.
Una stranezza che ha destato i sospetti della
Procura e dei Carabinieri e che ha permesso di
svelare la corrispondenza del Dna dei piccoli
con quello del padre ma non con quello della
madre. 5mila euro il valore del denaro sborsato
dalla coppia per coronare il sogno di diventare
genitori. Sogno che costerà ai coniugi
una condanna esemplare: 15 anni di detenzione.
La
coppia respinge le accuse e nega di aver pagato
una donna ma, secondo le intercettazioni
telefoniche, la neo-mamma sarebbe stata anche
disposta a trovare un medico compiacente che
la operasse, per mostrare i segni del taglio
del parto cesareo. E ora un medico traumatologo
rischia di finire nei guai per aver firmato dei
certificati medici attestanti il parto della
signora.
Per la Procura tutto è chiaro: la coppia
ha affittato un utero a Kiev e, dopo aver visionato
le donne disponibili, è volata in Ucraina
per il parto, per poi tornare in Italia dopo
pochi giorni con i due neonati.
Sicuramente una scelta dettata dall’impossibilità di
avere bambini e dalla rigida normativa italiana
che consente la fecondazione assistita solo se
assenti altri metodi terapeutici atti a rimuovere
le cause di sterilità o infertilità.
Una
scelta della speranza, una speranza di tante
altre coppie disposte a tutto pur di provare
la gioia di essere genitori.
18.01.2012 -
UN FIGLIO ADOTTIVO, CHI ME LO FA FARE?
La
mia amica me l’aveva detto così,
sapendo di scioccarmi, mentre guardavamo
i nostri figli – dieci anni - che giocavano
sulla neve: “Una volta ho pensato:
se l’avessi saputo, non avrei adottato
un figlio. Figurati, ci vedi senza di lui?”.
No, impossibile. Eppure sapevo che era stata
dura per la nostra coppia di amici, con il
loro bambino, desiderato, adorato, che faceva
fatica a trovare il suo posto in famiglia,
a scuola, come se il loro amore non bastasse.
Lei ora confessava l’inconfessabile,
e questo la rendeva forte.
“Per uscire dalla crisi occorre il
coraggio di ammettere le difficoltà,
riflettere sulle possibilità, confrontare
le esperienze, elaborare nuovi modelli. Ma
la sfida è troppo complessa per essere
risolta nel privato”.
Così scriveva Silvia Vegetti Finzi
sabato sul Corriere, a proposito del calo
delle richieste di adozioni: 20/30 per cento
in meno negli ultimi due anni, una flessione
che non si spiega soltanto con la crisi economica.
Secondo Giovanna Teti, dell’associazione
Ciai, che si occupa di adozioni
“L’incertezza sociale, il senso
di precarietà diffuso, la paura per
il futuro, vanno contro la progettualità di
avere un figlio”. Adottivo o biologico,
non cambia.
Quella paura è di tutta la società,
non solo dei singoli, non solo delle coppie
adottive. La precarietà economica
rende difficile immaginare il futuro, ma
c’è dell’altro. La famiglia
si sta trasformando, dice Vegetti Finzi,
sono tante le forme di convivenza “monoparentale,
separata, ricostituita, multietnica, omosessuale.
Il nocciolo duro resta il rapporto con il
figlio. Che si rivela turbato da paure, incomprensioni,
conflitti”.
In questo quadro, le persone
che scelgono l’adozione - un percorso
ad ostacoli già dallo sfinente iter
burocratico – non
andrebbero sostenute come una delle parti
più vitali nostra società?
Mentre
viene spontaneo chiudersi, per preservare
il proprio equilibrio in una situazione di
instabilità, c’è chi
si apre, accoglie figli che non conosce,
e li ama ben sapendo che non è una
passeggiata. E che un giorno, come alla mia
amica, potrebbe capitare di pensare: chi
me l’ha fatto fare? E continuare ad
amare.
Certo, non è una sfida che si può vincere
da soli. L’ultima iniziativa nasce
sotto il segno della condivisione: il nuovo
portale italiadozioni.it è opera di
un gruppo di genitori adottivi e professionisti
che hanno messo le loro competenze, legali,
mediche, psicologiche, a disposizione di
tutti, nella convinzione che le famiglie
adottive siano “una risorsa e patrimonio
sociale”.
17.01.2012 -
FRANCIA, LE ADOZIONI INTERNAZIONALI CROLLANO
DEL -43%
Adozioni in caduta per la
Francia. Il 2011 francese si è chiuso con un calo del
-43,1% rispetto alle adozioni condotte nel
2010. Il confronto dei dati pubblicati sul
portale governativo e sul sito dell’Agenzia
Francese per l’Adozione evidenzia un
ingresso di 1513 minori in meno. Le interruzioni
delle procedure da Haiti sono il maggior
responsabile della diminuzione.
Nel 2011 sono stati autorizzati a entrare
in Francia con due nuovi genitori 1995 minori.
Netta discesa, considerati i 3508 bambini
che avevano trovato famiglia nel corso del
2010 grazie alla mediazione francese.
Alti numeri per l’Africa: 700 i minori
africani adottati nell’anno appena
trascorso, in gran parte di origine etiopica
(288, il 14% del totale 2011). Ma si tratta
ancora di un calo: nel 2010 erano stati ben
891 i piccoli africani che avevano coronato
il diritto di essere figlio. Si parla di
191 figli in meno. La percentuale è pari
al -21,4%.
Il vero salto sulla sedia lo fa fare l’America.
368 bambini accolti in adozione, a confronto
dei 1395 del 2010. Il valore negativo è attestato
sul -71,4% ed è legato alle sospensioni
delle adozioni internazionali da Haiti. Anche
in Francia la Colombia si rivela Paese prolifico
di figli dell’adozione, con 286 piccoli
colombiani adottati (il 14% del totale),
ma anch’esso in calo (389 nel 2010,
una flessione del -26,4%). Esile affluenza
dal Brasile (23 minori); 34 le adozioni provenute
da Haiti (erano 992 l’anno precedente),
le 5 adozioni dal Perù, 1 adozione
soltanto dall’Honduras e 1 dal Cile
(4, nel 2010). Assente il Messico (8 adozioni
nel 2010).
Francia in discesa dunque, confermata dai
numeri delle provenienze da Asia ed Europa,
rispettivamente pari a -31,8% e a -13,4%.
Il Vietnam e la Federazione Russa, dai quali
sono provenuti 286 e 284 bambini (il 14%
e il 13 % del totale 2011), sono tra i primi
quattro maggiori Paesi di riferimento per
la Francia.
La Francia ha tre sistemi di adozioni internazionali:
l’autorità centrale, gli enti
autorizzati e il fai da te. 620 le adozioni
individuali del 2011, appartenenti a quest’ultima
categoria, dato in sensibile distacco rispetto
al 2010, anno in cui erano state ben 1439
tali adozioni; un crollo del -143% attribuibile
alla discesa delle provenienze da Haiti (701
nel 2010, contro le 20 dell’anno appena
concluso). 402 le adozioni condotte attraverso
l’Agenzia Francese per l’Adozione,
l’AFA (calo del -28% rispetto alle
565 del 2010). Per quanto riguarda le procedure
terminate con un ente autorizzato, sono state
973. Anche stavolta, le adozioni condotte
da Haiti (in calo del -95,1%) hanno provocato
l’altalena dalle 291 procedure del
2010 alle 14 dell’anno scorso.
14.01.2012 -
«STANNO DIMINUENDO LE RICHIESTE DI ADOZIONE»
E' quanto afferma Mario Zevola presidente
del Tribunale dei Minori di Milano. Anche
in Lombardia, la regione dove si registrano
più adozioni, la crisi si fa sentire.
Calano da parte delle coppie le richieste
per ottenere dai Tribunali dei minori l’idoneità che
consente di diventare genitori adottivi.
Le associazioni che da anni si occupano di
dare una famiglia ai bambini che non l’hanno,
lanciano l’allarme. Mario Zevola, presidente
del Tribunale dei minori di Milano, spiega: «Nel
2007 sono state presentate 2226 richieste
di adozioni, tra nazionali e internazionali,
e nel 2010 in totale ne abbiamo registrate
1993. Negli ultimi anni, dal 2006 a oggi,
il Tribunale dei minori di Milano, cui fanno
capo anche Sondrio, Lecco, Pavia, Monza e
Brianza, ha assegnato in affidamento perché venissero
successivamente adottati circa 100 bambini
ogni anno, il 40 percento non riconosciuti
alla nascita. Nel 2006 sono stati 152, nel
2011 invece 91. Se c’è stato
calo, dipende anche dalla disponibilità di
bambini che il Tribunale si trova a collocare:
rispetto al passato sono diminuiti i minori
in stato di abbandono. Gli aiuti alle madri
sono aumentati».
In quattro anni sono
state dunque 233 in meno le richieste di
idoneità mentre
61 bambini in meno sono stati adottati in
cinque anni: nonostante una lenta ma progressiva
erosione di richieste di adozione la Lombardia
risulta tra il 200 e il 2009 la Regione con
il maggior numero di bimbi adottati 8seguita
da Lazio e Toscana). La flessione della Lombardia è un
po’ inferiore a quella nazionale che
dal 2004 a oggi è pari al 32%. Come
di re che una coppia su tre non se la sente
più di affrontare i percorso e rinuncia
in partenza.
12.01.2012
- CAI: LE ADOZIONI INTERNAZIONALI NEL 2011
Nel
corso del 2011 la Commissione ha rilasciato
l’autorizzazione all’ingresso
in Italia per 4022 bambini provenienti
da 57 Paesi, adottati da 3.154 coppie
italiane.
Il primo Paese di provenienza è stato
la Federazione Russa con 781 minori,
seguita da Colombia (554 minori), Brasile
(304 minori), Ucraina (297 minori)
ed Etiopia (296 minori).
Anche nell’anno appena terminato
l’Italia ha dunque superato la
soglia delle 4000 adozioni, benché con
un lieve calo rispetto al 2010: tale
flessione è dovuta principalmente
al forte rallentamento delle attività in
alcuni Paesi, quali il Vietnam e la
Cambogia, conseguente alle recenti
riforme legislative nella materia della
protezione dell’infanzia e delle
adozioni, nazionali e internazionali.
E’ calato anche il numero delle
adozioni in Ucraina, Paese che non
ha ancora ratificato la Convenzione
de L’Aja e modifica continuamente
le condizioni per l’espletamento
delle procedure e per l’adottabilità dei
minori; conseguentemente è sensibilmente
ridotto rispetto agli anni precedenti
il numero di coppie che ha orientato
il proprio progetto adottivo verso
tale paese. Si sta consolidando l’attività in
Cina, Paese con il quale la collaborazione è stata
avviata nel 2007 con la firma dell’accordo
bilaterale.
Nel 2011 sono entrati in Italia anche
146 minori bielorussi, individuati
dalle autorità bielorusse nell’ambito
di elenchi consegnati nel 2009, riguardanti
procedure avviate prima del blocco
delle adozioni intervenuto alla fine
del 2004 e pendenti dopo la firma dei
protocolli bilaterali firmati con l’Italia
nel 2005 e nel 2007.
La Lombardia resta anche nel 2011 la
regione in cui risiede il maggior numero
di coppie adottive (559 coppie, pari
al 17, 7% del totale), così come
si conferma l’incremento delle
adozioni in alcune regioni del sud.
Il rapporto statistico annuale sarà disponibile
sul sito della Commissione nella prima
settimana di febbraio.
E’ possibile consultare l’estratto
cliccando sull’allegato (Link).
PADERNO
DUGNANO (MI) – In merito
alla fuga di Habtamu Scacchi, il 13enne scomparso
il 4 gennaio, il Forum di Ai.Bi. si è animato,
seguendo con il fiato sospeso la vicenda.
Diamo la parola a chi ha vissuto la stessa
paura.
Un adolescente dal viso buono e mite,
con un fardello segreto nel cuore: la nostalgia.
La polizia lo ha rintracciato presso la Stazione
Centrale di Napoli, dove il ragazzo ha confidato
agli agenti il suo progetto di imbarcarsi
su una nave di fortuna, ma di essersi pentito
del grosso azzardo al quale si è esposto
chiedendo qualche spicciolo per strada e
durante le notti passate all’addiaccio.
Anche perché, ha detto, si trova bene
con i genitori adottivi.
Partito di nascosto
da Pettenasco, la località in
provincia di Novara dove soggiornava in vacanza
con la famiglia, era intenzionato a raggiungere
a tutti i costi la madre Africa. Il suo viaggio
verso Sud era un viaggio verso gli affetti
lasciati nella terra del suo paese natale,
l’Etiopia. Gli mancava il fratello:
questa la nostalgia che strappava il cuore
al ragazzo, figlio adottivo di una coppia
italiana, e che lo ha indotto a compiere
centinaia di chilometri da solo. Rimessi
in contatto con Habtamu, i genitori, residenti
nel milanese, sono partiti anch’essi
per riabbracciare il figlio.
Ecco una calda
parola di madre, scritta sul Forum di Ai.Bi.
da Mariagrazia, genitrice
adottiva e mamma di un ragazzo della stessa
età di Habtamu.
« Anch’io ho vissuto con grande
batticuore la vicenda di Habtamu, tra l’altro
stessa età del piccoletto e stesso
anno di adozione… lo dico sempre, 13
anni, annus horribilis!!! Per i genitori
ovviamente, ma anche per loro… la tempesta
travolge un po’ tutti.
Solo che ad esempio il mio grandone, quando
e’ scappato di casa, è andato
all’ospedale (ci era appena stato a
trovare un suo maestro e gli sembrava un
luogo rassicurante), e tutto è finito
lì, la sera stessa. Ma se uno si mette
in testa di andare in Etiopia è un
bel po’ più complicato…
Scherzi a parte, ancora una volta l’unica
strada è cercare di parlarne con i
figli, poi incrociare le dita e sperare che
non ti capiti. Non è tanto diverso
se sei un genitore adottivo o no… be’ d’altra
parte noi genitori adottivi ai rischi siamo
più abituati degli altri.
Sono sicura che per questa famiglia, adesso
che “passata è la tempesta”,
ci saranno momenti di emozione profonda e
di nuova gioia ».
10.01.2012 - ANFAA:
FOLLE PENSARE DI ABOLIRE L'IDONEITA'! AI.BI.:
E PERCHE'?
Dalle pagine della rivista
trimestrale Prospettive Assistenziali,
nel numero 176 dell’appena
trascorso 2011, si accende il dibattito intorno
alla proposta di Ai.Bi. di abolire dalle
procedure adottive il ruolo dei Tribunali
per i Minorenni, per sostituirlo con un ruolo
più accentuato di Enti e Servizi territoriali
nell’accompagnamento alla genitorialità adottiva.
Proponiamo dunque un botta e risposta, aprendo
la discussione all’opinione dei lettori.
Leggiamo di seguito quanto scrive l’articolo
della rivista, e come controbatte il Presidente
di Ai.Bi. Marco Griffini.
“Marco Griffini, Presidente di Ai.Bi.
Amici dei Bambini, ha avanzato un’altra
proposta allarmante: vorrebbe – addirittura – «cancellare
i Tribunali per i Minorenni dalla procedura
di idoneità per le adozioni»,
affermando – incredibile ma vero – che «una
coppia disponibile all’adozione è già di
per sé idonea. Pertanto le coppie
non vanno selezionate, ma accompagnate».
Ha inoltre affermato che «semplificare
le procedure per l’adozione riporterebbe
equilibrio ed eviterebbe scelte egoistiche» (cfr
L’Avvenire e La Stampa del 17 settembre
2011). Invece delle analisi alle adozioni
fallite a causa dell’inidoneità assoluta
del o dei genitori adottivi, risulta in modo
incontrovertibile la necessità di
una rigorosa selezione/preparazione degli
aspiranti adottanti, procedura sempre sostenuta
dall’Anfaa, l’Associazione Nazionale
Famiglie Adottive e Affidatarie, funzionante
ininterrottamente dal 1962, nonché da
numerose altre organizzazioni di base e dai
magistrati e dagli studiosi attenti ai problemi
reali dei minori.
Fra le situazioni che dimostrano l’insostenibilità della
succitata affermazione di Griffini, secondo
cui una coppia disponibile all’adozione è già di
per sé idonea, ricordiamo la vicenda
di due minori, adottati con il metodo fai-da-te
da una coppia appartenente all’alta
società del capoluogo piemontese.
Significativo il provvedimento del loro allontanamento
dai genitori adottivi assunto dal Tribunale
per i Minorenni di Torino in cui, fra l’altro,
era stato rilevato che «la pluralità delle
fratture, ecchimosi, lesioni di ogni genere,
risultate sul corpo di uno dei due bambini
depongono per una altrettanto pluralità di
episodi causali, nonché l’uso
sistematico di punizioni corporali tutt’altro
che lievi». Nella sentenza del Tribunale
per i Minorenni di Torino viene altresì ricordato
che l’altro minore si era chiuso da
solo «nel box della doccia per quattro
giorni e ivi, per quattro giorni, sia rimasto
senza mangiare e senza dormire e senza che
i genitori, rivolgendosi magari a terzi più avveduti,
in alcun modo intervenissero per far cessare
tale straziante dimostrazione di bisogno
di attenzione e di rifiuto della situazione».
Da notare che la madre adottiva non aveva
presentato ricorso alla sentenza di condanna
a dieci mesi di reclusione per i maltrattamenti
inferti ai figli adottivi. A sua volta il
padre adottivo, assolto per insufficienza
di prove, aveva accettato il verdetto del
Tribunale Penale di Torino. A titolo esemplificativo
ricordiamo altresì la terribile vicenda
descritta nell’articolo “Hanno
adottato dieci figli per torturarli e ucciderli”,
pubblicato su La Domenica del Corriere del
20 febbraio 1975, in cui erano coinvolti
un medico danese e la moglie infermiera,
nonché l’ampia risonanza delle
violenze inflitte ai minori adottati e cresciuti
(in totale 76, quasi tutti con handicap fisici
e psichici) dai coniugi Nason negli Stati
Uniti, rese note nel nostro Paese dal resoconto
di Furio Colombo, pubblicato su La Stampa
del 1 ottobre 1992”.
Arriva la replica
di Marco Griffini, Presidente di Ai.Bi. Associazione
Amici dei Bambini: «Sono
casi del 1975 e del 1992, quindi risalenti
a 20 e quasi 40 anni fa. Vuol dire che non
si sono trovati casi più recenti di
maltrattamenti, se addirittura si citano
fatti così datati?».
Griffini ribadisce la natura psicologica
dell’idoneità all’adozione,
dando appoggio alle dichiarazioni provenienti
da molte coppie adottive e aspiranti. «La
verità è che forse non vi sono
altre motivazioni per controbattere alla
nostra proposta – continua Griffini,
che conferma l’attacco all’emissione
dell’idoneità centrata su criteri
giudiziari –. Chi si vede padre e madre
di un figlio non suo è già idoneo,
pertanto non è necessario che vada
selezionato. Il termine “selezione” appartiene
a un linguaggio non adatto alla dignità di
persone umane; infatti genera nelle coppie
lo stress e la sensazione di sentirsi bestie
avviate al macello. Per il genitore adottivo,
l’idoneità è già insita
nell’“accoglienza del cuore”.
Non è certo il magistrato la figura
adatta a misurarne l’intensità».
«Dobbiamo ribaltare la nostra prospettiva – propone
Griffini –. Dobbiamo essere disposti
a cambiare il nostro modo di concepire l’iter
procedurale delle coppie. È tempo
di uscire dalla vecchia cultura della selezione
delle coppie, per abbracciare una nuova cultura
dell’accompagnamento. Significa che
le coppie che si vogliono rendere disponibili
all’adozione vanno accompagnate lungo
precise tappe di preparazione, perché diventino
effettivamente in grado di sviluppare le
loro preziose risorse: risorse di accoglienza
e di amore familiare, innanzitutto, e risorse
di risposta all’emergenza umanitaria
dell’abbandono, la quarta emergenza
in scala internazionale. Il cambiamento è possibile: è sufficiente
seguire il modello dei maggiori paesi europei,
dove l’idoneità viene riconosciuta
a livello amministrativo, non giudiziario».
10.01.2012 -
I DECRETI VINCOLANTI SONO NECESSARI PERCHE'
I FALLIMENTI ADOTTIVI AUMENTANO DI ANNO IN
ANNO
«È vero – ammette Melita
Cavallo, presidente del Tribunale per i Minorenni
di Roma ed ex presidente della Commissione
per le Adozioni internazionali, la CAI – oggi
la tendenza è quella di limitare nei
decreti l’età dei bambini e
di essere ancora più attenti nel valutare
i genitori. E questo di certo limita le possibilità,
visto che dall’adozione internazionale
arrivano ragazzi sempre più grandi.
«Ma la nostra severità è data
dal fatto che le restituzioni di figli adottivi
stanno diventando di anno in anno più numerose,
proprio perché i bambini arrivano
a 8, 9, anche 10 anni, quasi sempre con situazioni
gravi alle spalle e i genitori non reggono
e li rifiutano… cioè li riportano
a noi, che non possiamo fare altro che metterli
in un istituto, nella speranza di trovare
loro un’altra famiglia adottiva. E
non sempre accade». La pagina delle “restituzioni”,
ossia dei fallimenti, è l’altra
faccia del boom delle adozioni, il lato buio
di una storia d’amore, un capitolo
da quasi sempre censurato.
«Da quando dirigo il Tribunale per
i Minorenni di Roma – aggiunge Cavallo – cioè da
due anni e mezzo, ho avuto 10 restituzioni,
tra le ultime una bambina indiana di 8 anni
e un ragazzino vietnamita quasi adolescente.
Troppe. Sintomo di un malessere che non si
può ignorare». Un fenomeno nuovo – commenta
l’articolo – perché sul
numero complessivo delle adozioni in Italia,
quelle fallite non superano storicamente
l’1,7% del totale e hanno riguardato
nel tempo soprattutto l’adozione nazionale.
10.01.2012 - NO ALLE
PREFERENZE SU ETNIA E RELIGIONE
“Il bambino deve essere di religione
cattolica e non di origine rom; meglio poi
se non è di colore”: queste
le dichiarazioni di un’aspirante coppia
adottiva giudicata dalla Corte d’Appello
di Bologna, con sentenza confermata dalla
Corte di Cassazione, inidonea all’adozione
internazionale. E meno male…
La Cassazione, con ordinanza n. 29424 del
28 dicembre 2011, ha confermato la sentenza
della Corte d’appello di Bologna che
sanciva l’inidoneità all’adozione
dei coniugi che avevano manifestato preclusioni
sulle possibili caratteristiche del minore
adottato.
In particolare, la coppia aveva dichiarato
di non voler adottare bambini di religione
diversa dalla cattolica, bambini figli di
pazienti psichiatrici, bambini di origini
rom e esprimevano altresì perplessità rispetto
a bambini di colore.
La Corte d’appello fondava tale decisione
sui pregiudizi espressi dalla coppia tali
da indicare un atteggiamento intimorito e
difensivo di fronte ad incognite che nell’adozione
sono possibili se non altamente probabili.
“ Non possiamo che esprimerci favorevolmente
nei confronti dell’operato della Corte
d’Appello prima e della cassazione
poi”, è il commento di Paola
Crestani, presidente CIAI. “E’ evidente
che soltanto un’accoglienza piena,
scevra da pregiudizi, può far sperare
in una buona riuscita del percorso adottivo”.
Il
tempo dei bambini su misura, per fortuna, non è ancora
arrivato.